I segni e la numerazione di colore azzurro che si osservano su una roccia a sinistra indicano le particelle forestali, ovvero quelle aree di bosco omogeneo per caratteristiche ecologiche e composizione specifica, sulle quali vengono effettuati gli interventi selvicolturali previsti dal Piano di assestamento forestale. Il piano di assestamento è il principale strumento di gestione e pianificazione delle foreste di ciascun comune: in esso vengono programmati gli interventi più idonei e vengono prescritti i tagli necessari per regolare la struttura e assicurare la rinnovazione del bosco. La conifera più diffusa, in Val Brembana come su gran parte delle Alpi, è l'abete rosso (Picea excelsa), che forma bellissime e suggestive fustaie, estese dal fondovalle fino al piede degli alpeggi e delle pendici rocciose. All'abete rosso si associa l'abete bianco (Abies alba), simile a prima vista, ma facilmente riconoscibile per la corteccia più chiara e argentea, per gli aghi appiattiti con due evidenti linee bianche sulla pagina inferiore e per le pigne portate erette sui rami. Sui versanti più esposti al sole e con condizioni
ecologiche più difficili (terreno più asciutto e superficiale) troviamo altre due specie importanti e caratteristiche delle fustaie dimontagna: il pino silvestre (Pinus sylvestris) e il larice (Larix decidua). Il pino silvestre si può riconoscere per gli aghi lunghi portati
a fascetti di due, le piccole pigne tondeggianti e, soprattutto, per la corteccia che, nelle porzioni più giovani (in alto e sui rami) tende
a sfaldarsi in sottili strati rossicci. Il larice è l'unica conifera che perde le foglie in autunno e questo lo rende riconoscibile, anche da
lontano, in tutte le stagioni dell'anno, grazie alle bellissime tonalità che vanno dal verde chiaro della primavera e dell'estate, al bruno-rossiccio dell'autunno ed al grigio dell'inverno. Appena dopo l'attraversamento del canale si può osservare un piccolo ed interessante lembo di bosco misto con abeti rossi, faggi, larici e pini silvestri.
Le foreste formate da più specie diverse, meglio se rappresentate con alberi di tutte le età, costituiscono ecosistemi molto equilibrati, in grado di svolgere al meglio le funzioni riconosciute al bosco: la produzione di biomassa rinnovabile (legna da ardere e legname da opera), la protezione e difesa idrogeologica del suolo e la valenza ambientale, estetica e paesaggistica. Molto spesso però, in mancanza di corretti interventi selvicolturali, le nostre foreste evolvono verso strutture omogenee, composte da una sola specie rappresentata da alberi quasi tutti coetanei e delle stesse dimensioni. Questa situazione, soprattutto nei popolamenti di conifere, può essere molto delicata in quanto il bosco non è in grado di reagire adeguatamente alle avversità provocate dai fenomeni meteorologici, all'azione di funghi patogeni responsabili di marciumi e carie o alla presenza di insetti parassiti. Tra questi ultimi possiamo ricordare il famigerato bostrico tipografo dell'abete rosso (Ips typographus), un piccolo insetto che nell'ultimo decennio ha causato il deperimento di vaste fustaie di abete rosso della
Valle Brembana. Anche lungo la strada per l'Alpe di Cantedoldo, a pochi minuti dal canale che riporta i confini del piano di assestamento, si può osservare a destra, sul lato di monte, una piccola area priva di alberi, sulla quale è stato effettuato un taglio fitosanitario, con lo scopo di debellare una infestazione del bostrico dell'abete rosso che aveva colpito numerose piante. Poiché in questa zona gli alberi sono tutti della stessa specie, l'insetto ha potuto facilmente colonizzare un considerevole numero di piante causando notevoli danni. Inoltre siccome gli alberi sono sostanzialmente coetanei e molto vicini gli uni agli altri, per raggiungere la luce sono cresciuti molto in altezza e poco in diametro e questo li rende sensibili al vento e alle nevicate. Il taglio fitosanitario ha aperto un varco nel bosco ed espone gli alberi alti e sottili agli agenti meteorici, i quali potranno facilmente provocare ulteriori danni come sradicamenti o rotture del fusto.
Per questo motivo è importante intervenire con tempestività e competenza effettuando tagli di diradamento che modellino la struttura e la composizione del bosco, assicurando le migliori condizioni per la crescita e la rinnovazione degli alberi. Proseguendo oltre, la strada lascia il posto all'antica mulattiera che sale più ripida, attraversando un bel tratto di bosco di altofusto ad abete rosso, abete bianco e larice,
fino a rimontare una dorsale con terreno più superficiale e minore fertilità, dove torna a dominare il faggio. Giunti sul breve spartiacque, guardando in alto a sinistra o sporgendosi in basso a destra, si intuisce una sorta di lungo corridoio nel bosco: si tratta di un tracciato aperto per l'installazione di una gru a cavo, utilizzata dai boscaioli per trasportare i tronchi fuori dal bosco. La gru consiste in una fune portante tesa in alto tra due ancoraggi, sopra la quale scorre uno speciale carrello collegato ad una fune traente; tramite un argano posto a monte, la fune traente issa il carrello lungo la portante, questo si blocca sulla verticale dei tronchi e libera la traente, la quale può scendere al suolo dove un operatore aggancia i tronchi e dà il comando all'arganista per issarli fino al carrello; quando il gancio della fune traente si blocca sul carrello
questo viene calato a valle con il pesante carico. Storicamente i boscaioli della Valle Brembana e di tutta la
provincia di Bergamo sono sempre stati particolarmente abili nell'impiego delle funi per l'esbosco del legname. Non a caso i più antichi e rudimentali sistemi a filosono tuttora molto utilizzati lungo la fascia pedemontana e sulle Prealpi Orobie. Non è da escludere che la dimestichezza e l'abilità nell'uso di questi metodi abbia alla lunga penalizzato i boschi bergamaschi, nei quali, la rete delle strade di servizio, costruite per agevolare i lavori selvicolturali, è estremamente modesta ed insufficiente. Subito dopo il dosso dove si osserva il tracciato della gru a cavo, il sentiero si divide: se si sale a destra si attraversa il versante fino
alla località Grasselli, se si prosegue verso sinistra si raggiunge il piede dell'Alpe di Cantedoldo. Seguendo il sentiero per l'alpeggio la
composizione specifica del bosco cambia nuovamente e l'abete bianco domina ampiamente su tutte le altre specie.
Poco prima dell'alpeggio si incontra un tratto di abetina (fustaia di abete bianco) dove sono stati effettuati alcuni interventi selvicolturali finalizzati a regolare la densità, eliminando tutte le piante dominate che non avrebbero potuto crescere nel modo migliore. Poiché la qualità del legname era molto scadente, questo è stato lasciato in bosco, sezionato e sistemato in piccoli cataste in modo da lasciare sgombro il terreno. In questa zona si può osservare la presenza di diverse colonie di formica (Formica rufa), che vivono all'interno di grossi nidi, costruiti accumulando aghi di abete e piccoli frammenti vegetali. La Formica rufa è estremamente importante per l'ecosistema del bosco, in quanto, essendo un'ottima predatrice, mantiene sotto controllo le dinamiche delle popolazioni degli altri insetti e impedisce così che specie parassite pericolose possano proliferare eccessivamente. Giunti al piede dell'alpeggio il sentiero prosegue verso Nord, attraversando un altro piccolo lembo di fustaia mista di abete rosso e abete bianco, con begli esemplari di grandi dimensioni, fino ad arrivare al pascolo posto sotto alla Casera di Cantedoldo. Ormai il sentiero per l'alpe è quasi terminato e vale forse la pena spendere due parole su questo importantissimo elemento del paesaggio che caratterizza gran parte delle
montagne
orobiche. L'alpe è quella zona di alta montagna dove si conducono le mandrie bovine affinché possano pascolare e nutrirsi delle preziose essenze aromatiche che crescono nelle praterie alpine.
Ogni anno, all'inizio dell'estate, il bestiame, proveniente anche da allevamenti diversi, viene radunato e fatto salire fino ai pascoli posti sopra il limite della vegetazione arborea. Ogni alpe si suddivide in varie "stazioni" ubicate a quote diverse e gli animali, sotto la guida del "caricatore" a cui sono affidati, si muovono lentamente percorrendo tutto il pascolo fino alle quote più alte, sopra i 2.000 metri di altitudine. Verso la metà di agosto la mandria incomincia a scendere e ripercorre l'alpe verso la base, brucando l'erba che nel frattempo è ricresciuta. Dopo la metà di settembre il bestiame abbandona l'alpeggio e torna alle stalle del fondovalle o della pianura. Il caricatore e i suoi mandriani accompagnano la mandria per tutta la durata dell'alpeggio, provvedendo alle quotidiane mungiture e alla lavorazione del latte presso le baite dislocate in ciascuna stazione dell'alpe. L'edificio principale, la "casera", oltre a essere la base logistica per il personale e per le attrezzature, ospita i locali dove vengono conservate e stagionate le forme di formaggio prodotte in alpeggio. Per giungere alla Casera di Cantedoldo dal piede dell'alpeggio è necessario risalire brevemente la striscia di pascolo in direzione Est, incontrando due piccole baite e una traccia di sentiero sulla destra che porta direttamente alla Casera. Qui ogni giorno il latte "crudo" (ovvero non pastorizzato e particolarmente ricco di batteri lattici) proveniente dalla mungitura delle vacche al pascolo, viene subito caseificato e trasformato in un formaggio di alta qualità unico nel suo genere. Il formaggio di monte, noto con il marchio
Formai de Mut dell'alta
Valle Brembana, è un prodotto a Denominazione di Origine, di grande valore e dal sapore delicato, che in virtù delle erbe presenti nei pascoli, assume profumi ed aromi caratteristici e inimitabili. Volendo proseguire l'escursione,
è possibile rimontare brevemente le pendici a monte della casera fino ad incontrare la traccia del sentiero CAI 113.
Seguendola in direzione Nord, si attraversano le belle praterie del Dosso di Gambetta, suggestiva altura a cavallo tra la Val Mora e la Valle di Mezzoldo, regno di camosci, caprioli e marmotte e, in circa 1 ora e 30 minuti, arrivare nella zona del Passo San Marco. In alternativa dal Dosso Gambetta si può prendere a destra il sentiero CAI 135 che scende al Ponte dell'Acqua. In entrambi i casi, al termine dell'itinerario
è possibile ristorarsi e pernottare ed eventualmente organizzarsi per un rientro in automobile.